Una passeggiata in montagna con una sedia a rotelle
Una passeggiata in montagna con una sedia a rotelle: è possibile? Sì, ma la risposta cambia con il sentiero, la sedia, il clima e il modo in cui la persona desidera vivere l’esperienza. Accessibilità e avventura possono convivere quando il percorso viene progettato attorno alle capacità, al comfort e all’autonomia di chi lo compie.
Sul blog di Pollicina, l’atrofia muscolare spinale (SMA) è al centro di storie familiari in cui cura, fatica, gioia e relazioni si intrecciano. Proprio da questa esperienza nasce una domanda concreta: quali condizioni rendono una gita in altura praticabile e sicura, senza confondere la montagna con una terapia e senza cancellare ciò che rende diversa ogni persona?
Una risposta che dipende dal sentiero
La risposta più onesta è sì, ma non per tutti i sentieri. Un percorso breve, pianeggiante e ben manutenuto può essere affrontato anche con una sedia a rotelle; un tratto impervio o troppo ripido può impedirlo. Il criterio non è soltanto raggiungere una quota, bensì godere del paesaggio con un’energia sostenibile.
È importante distinguere la spinta manuale da quella elettrica e considerare forza residua, controllo del tronco, postura, sensibilità e possibili variazioni della fatica. Le esigenze possono cambiare nella stessa giornata: temperature, umidità e dislivelli possono richiedere una sosta che, a casa, non sarebbe stata necessaria.
Prima di fissare la meta, quindi, bisogna chiarire il livello di assistenza desiderato, la distanza massima tollerata e il punto in cui sarà possibile tornare indietro. Una meta raggiungibile conta più di una vetta ambiziosa.
Scegliere il percorso prima della partenza
Sentieri compatti, strade sterrate e fondovalle sono alleati preziosi. Vanno evitate, salvo una prova specifica, rocce, gradini irregolari, radici, passerelle strette e tratti dove le ruote possano affondare o perdere aderenza. Le pendenze vanno valutate sia in salita sia nel ritorno, perché lo sforzo non è uguale.
Carte, informazioni aggiornate e descrizioni dei gestori aiutano a evitare sorprese, ma non sostituiscono una prova. È utile verificare larghezza, pavimentazione, servizi, soste, accesso veicolare e punti dove un mezzo di soccorso possa raggiungere il sentiero.
Una gita di prova in pianura o su lieve dislivello permette di misurare tempi, pause e consumi. Sul percorso definitivo stabiliamo orari di partenza e rientro, un punto di raccolta e ruoli chiari: chi guida, chi controlla il materiale e chi accompagna.
Preparare la sedia e il materiale
La carrozzina deve essere controllata prima di uscire, seguendo le indicazioni del produttore. Controlliamo pneumatici, pressione, freni, ruote, cuscini, reggiestrini e batterie; sul montaggio o sulle modifiche interviene il personale competente. Un accessorio troppo pesante o mal bilanciato può compromettere la stabilità.
Anche il comfort merita attenzione. La postura va sostenuta con il supporto abituale, eventualmente adattato alla lunghezza della passeggiata, mentre vestiti a strati consentono di gestire il freddo senza aggiungere peso inutile. Copertura impermeabile, guanti e protezione dal sole sono più utili di un equipaggiamento complesso.
Lo zaino contiene solo l’essenziale: acqua, snacks, medicinali, telefono, documento di identità e un piccolo kit per riparazioni consentito. Il peso va mantenuto basso e bilanciato, perché tutto ciò che viene trasportato influenza il movimento e può aumentare lo sforzo.
Gestire la fatica e la sicurezza
La velocità è più lenta, ma la pausa fa parte del programma. Fermarsi a intervalli regolari permette di controllare la stanchezza, bere, verificare la posizione della sedia e scegliere se proseguire. I segnali di affaticamento variano da persona a persona e vanno riconosciuti prima che diventino urgenti.
La nostra esperienza con Spinraza ci ha ricordato che la terapia accompagna la vita, ma non elimina ogni differenza legata alla SMA. Le indicazioni della équipe assistenziale e le condizioni del giorno restano decisive per stabilire distanza, ritmo e possibilità di rientro.
In caso di maltempo improvviso, il piano prevede un’alternativa più breve e un riparo. Telefono, numeri di emergenza e posizione aggiornata devono essere accessibili senza dover smontare attrezzature. La sicurezza nasce da una preparazione semplice, non dall’eroismo dell’ultimo metro.
Ascoltare le scelte terapeutiche
Ogni decisione sulla mobilità richiede un ascolto attento della persona, dei familiari e dei professionisti sanitari. Un intervento può cambiare forza, postura o resistenza; la sua opportunità dipende da una valutazione individuale, spiegata con chiarezza e sostenuta da un confronto aperto.
Una riflessione sui dilemmi etici neurochirurgici aiuta a collocare le scelte nel contesto giusto. Il bene della persona non coincide automaticamente con una determinata tecnica: conta anche quali obiettivi, rischi e desideri sono realmente suoi.
La passeggiata in montagna non deve diventare una prova per dimostrare il valore di una cura. Può essere invece uno spazio per provare capacità e autonomia, accettando che il percorso cambi e che il risultato autentico sia anche la sicurezza del rientro.
Allenarsi al controllo della carrozzina
L’esperienza con l’impiego del joystick mostra quanta attenzione serva quando il controllo della carrozzina è elettronico. Prima di portarlo su un sentiero, è importante conoscere sensibilità, limiti e tempi di risposta del comando, senza affidarsi alla familiarità acquisita in casa.
Le prove all’esterno possono partire da superfici regolari e dislivelli modesti. Provare salite, rallentamenti, arresti e direzioni laterali aiuta a capire come il mezzo reagisce su terreni differenti. La pratica deve accompagnare il training previsto dal team di riabilitazione, evitando improvvisazioni pericolose.
Prima della partenza controlliamo anche il funzionamento del joystick, il livello della batteria, il consumo previsto e la disponibilità di un mezzo di riserva. Se il comando è essenziale per la mobilità, la pianificazione deve considerare un’alternativa in caso di malfunzionamento e un punto sicuro nel quale fermarsi.
Festeggiare il cammino, non una performance
Riprendiamo l’idea di festeggiare i non compleanni: anche una giornata apparentemente semplice può rappresentare un traguardo importante. Non serve stabilire un record o raggiungere un punto panoramico per renderla significativa.
Il paesaggio, la compagnia e il tempo trascorso insieme contano più di un risultato fotografico. Un pranzo all’aperto, una sosta per ascoltare i rumoni della montagna o una fotografia fatta senza fretta danno dignità all’esperienza. È importante lasciare spazio anche a chi desidera osservare, riposare o tornare indietro prima del previsto.
Il nostro prossimo passo concreto è fissare una prova autunnale su un percorso di tre chilometri, con un punto di rientro agevole, verificando sul posto pneumatici, freni, batteria, comfort e disponibilità di assistenza.