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Pollicina
Storie, creatività e malattie rare
Il blog di Francesca

Abbiamo detto sì alla tracheostomia: la nostra storia

La tracheostomia è una di quelle parole che, prima di viverla da vicino, sembra appartenere soltanto ai libri di medicina o alle corsie d'ospedale. Poi arriva il giorno in cui qualcuno, guardandoti negli occhi, ti spiega che potrebbe servire a tuo figlio, e tutto il vocabolario che avevi costruito in anni di SMA improvvisamente si riapre, come una porta che non volevi varcare.

Noi siamo una delle tante famiglie che ruotano attorno all'atrofia muscolare spinale. Conosciamo la ventilazione notturna, conosciamo la macchina della tosse, conosciamo i giorni in cui il saturimetro suona e il cuore si ferma prima ancora della mano che lo prende. Conoscevamo, però, anche l'illusione che la tracheo fosse una scelta lontana, qualcosa che sarebbe toccato ad altri.

Quando i medici ci hanno proposto l'intervento, il tempo si è fermato. Eravamo nella stessa stanza in cui ci avevano spiegato la diagnosi, molti anni prima. Stavamo seduti sulle stesse sedie un po' troppo rigide. Fuori dalla finestra pioveva, e dentro di noi pioveva anche qualcos'altro.

In queste pagine voglio raccontare come è nata la decisione, le notti passate a cercare informazioni, le mani strette di chi ci è stato accanto. Lo faccio perché, quando cercavamo noi, avremmo voluto trovare qualcuno che avesse già percorso questa strada. Se la nostra storia potrà servire anche solo a un'altra famiglia, avrà il senso che cercava.

Il tempo sospeso prima del sì

Per settimane la tracheostomia è rimasta sospesa tra le possibilità e i timori. Ogni crisi respiratoria era un assaggio di quello che sarebbe potuto accadere. Ogni ricovero ci riportava a quel tavolo, con quel medico, con quella stessa domanda che non riuscivamo a formulare: ma davvero non c'è un'altra via?

Nei corridoi dell'ospedale abbiamo incrociato altri genitori che avevano già detto sì. Alcuni ci raccontavano del primo anno dopo l'intervento come di un tunnel, altri invece come di una rinascita. Le loro voci erano diverse, ma avevano tutte la stessa radice: la paura di restare fermi mentre il tempo passava.

Le parole che ci hanno cambiato la luce

Una sera, durante una delle tante videochiamate con la pneumologa, abbiamo sentito una frase che ha spostato qualcosa dentro di noi. "Non vi stiamo chiedendo di arrendervi - ci ha detto - vi stiamo chiedendo di scegliere una strada diversa per restare insieme più a lungo". Quelle parole sono diventate un punto fermo attorno a cui ricostruire il ragionamento.

Abbiamo cominciato a guardare la tracheostomia non come una resa, ma come un ponte. Un ponte che non avremmo voluto costruire, ma che, una volta visto meglio, ci sembrava meno nero di come lo dipingevano i nostri stessi pensieri. Abbiamo iniziato a leggere le esperienze di altre famiglie SMA, ci siamo iscritti a gruppi, abbiamo scritto a genitori che vivevano in altre città.

Il giorno in cui abbiamo detto sì

La mattina dell'intervento, tutto sembrava stranamente normale. Il caffè era macinato troppo fine, la luce entrava dalla finestra come in qualunque altra mattina. Mio figlio, nel suo letto, mi ha guardato con quegli occhi che sanno sempre come arrivare al cuore. Non ha detto niente. Non ce n'era bisogno.

Prima di firmare il consenso, ho stretto la mano del chirurgo e gli ho chiesto l'unica cosa che mi importava: "Promettetemi che lo guarderete come lo guardo io". Lui ha annuito. Abbiamo firmato. L'ora che seguì è la più lunga che io abbia mai vissuto, e la più vuota.

Le paure che restano anche dopo

Chi pensa che la tracheostomia risolva tutto si sbaglia. Restano le notti in cui il catetere va cambiato all'impianto, restano le infezioni, restano i giorni in cui vorresti che la macchina parlasse al posto tuo. Restano gli sguardi delle persone per strada che non capiscono, restano i bambini che domandano e gli adulti che distolgono gli occhi.

Però cambiano anche molte cose. Cambia il respiro, che diventa più continuo. Cambiano i giorni, che tornano a somigliare a giornate. Cambia il suono della casa, che da quel momento impara una nuova musica. E cambia la fiducia, che si appoggia su mani diverse da quelle che credevamo di avere.

Le voci che ci hanno accompagnato

In questi anni abbiamo imparato che le decisioni grandi non si prendono da soli. Le abbiamo prese con la nostra famiglia allargata, con i medici che non hanno mai smesso di spiegarci le cose, con gli amici che ci hanno portato la cena nei giorni in cui cucinare era un pensiero lontano.

Un pensiero speciale va a tutte le persone che, con il loro lavoro silenzioso, costruiscono il terreno su cui queste scelte diventano possibili. Senza il loro lavoro, la nostra sarebbe stata una storia senza futuro. Il nostro spazio raccoglie altre voci come la nostra, e chi ci passa trova spesso un abbraccio in più.

Cose che abbiamo imparato lungo la strada

Il tempo ci ha insegnato che certe cose si capiscono solo dopo averle vissute, mentre altre si sarebbero potute capire prima, se solo qualcuno ce le avesse raccontate. Per questo ho provato a mettere nero su bianco quello che portiamo con noi.

Cose che ci hanno aiutato a prepararci:

  • Parlare con genitori che avevano già fatto questa scelta, senza filtri e senza reti
  • Creare una routine diurna e notturna scritta su un quaderno, da rileggere insieme
  • Scegliere un'équipe medica con cui sentirsi a casa, anche quando casa era l'ospedale
  • Preparare i fratelli e i nonni con parole semplici, prima ancora che con spiegazioni

Cose che avremmo voluto sapere prima:

  • Che il primo mese dopo l'intervento è il più duro, ma anche quello in cui si capisce davvero
  • Che la voce cambia, e che bisogna reimparare a riconoscere le sfumature del proprio figlio
  • Che i materiali di consumo vanno ordinati con largo anticipo, perché le forniture si esauriscono presto

Oggi, a distanza di tempo, guardo mio figlio mentre gioca e penso a quella mattina. Penso alla mano del chirurgo, alla mano del pneumologo, alla mano di mia madre che stringeva le due nostre. Penso al fatto che una scelta che sembrava enorme è diventata, lentamente, una forma di normalità. Non una normalità facile, ma una normalità possibile.

Quando il sì arriva, non è una promessa di guarigione. È una promessa di tempo, di giorni in più, di abbracci in più. È un modo per dire al corpo che la mente ha già deciso di restare. Ed è, soprattutto, il primo passo di una nuova vita che si può imparare, un respiro alla volta.